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 | Bathory Blood Fire Death Black Mark 1988
Autore: Fenrir Letta: 1456 volte Sito Ufficiale: http://www.bathory.se Il Nostro Voto: 10
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Blood. Fire. Death. Sangue, fuoco, morte. Questi gli elementi con cui è stato forgiato questo primordiale gioiello. Irraggiungibile, nessuno è mai riuscito e nessuno mai riuscirà ad eguagliare un disco di questa portata, frutto di quel genio che fu Quorthon. Nessun ripensamento, questo non è il tipico disco di routine, questo non è il tipico disco dei fraintendimenti. Questo, statene certi, è IL disco più vero e sentito di Quorthon. Non che gli altri siano da meno, ma questo cd segna un punto di svolta oserei dire storico nel mondo della musica estrema. Qualunque band black, folk, viking e quant'altro, dovrebbe conoscere a memoria ogni singola nota e ogni singola lettera di questo capolavoro, l'alternativa è spararsi un colpo in testa per stare zitti e non dire becerie. Ogni singola canzone di questo album è un capolavoro, saccheggiata dalle miriadi di gruppi black della scena scandinava, testimonianza estrema di quanto il mondo della musica estrema debba a Quorthon. Lo stesso Euronymous dovette ammettere di avere subìto il fascino di questo album, e di avere dato una svolta nazionalista e paganeggiante ai MayheM ricalcando i temi di "Blood. Fire. Death".
L'album si apre con un'intro caratterizzata dal suono lontano di cavalli al galoppo. E' l'Oskvald, la caccia selvaggia degli dèi nordici che secondo la tradizione uccide chiunque si trovi sul suo cammino. Tale traccia sfocia poi nella canzone più famosa dell'album, quella "A Fine Day To Die" che gli Emperor seppero coverizzare tanto bene. Una traccia che comincia tranquilla, arpeggi di chitarra sognanti, lontani, e poi l'urlo straziante di Quorthon. Indimenticabile. Praticamente tutte le canzoni sono incentrate su battaglie e sugli dèi nordici. Quorthon capì che per combattere la sua personale guerra contro il cristianesimo che stuprò e sradicò le terre scandinave, i temi satanici e bellicosi non bastavano, molto meglio, dunque, guardare in faccia il nemico e cantare di lontane battaglie e di perduti miti nordici. Nonostante diverse tracce si prestino ad essere l'embrione di quello che verrà chiamato "Viking Metal", la maggior parte di esse sono caratterizzate da vorticosi giri di chiatarra tipici del più violento thrash metal, col tipico contorno sonoro che sarà tanto caro al black metal, ancora in fase di gestazione in quegli anni. E' questo il caso di "The Golden Walls of Heaven", violenta e diretta come non mai. Provate a prendere la prima lettera di ogni verso della canzone, e la parola SATAN balzerà ossessiva ai vostri occhi. Il disco prosegue poi con "Peace 'Till Death", altra traccia thrash diretta come una mazzata, e con la bellissima "Holocaust". La traccia successiva, "For All Those Who Died", presenta qualche passaggio tipicamente "viking", come il rumore di zoccoli sul terreno, o il ritmo cadenzato della batteria, ma la chitarra schizoide di Quorthon è sempre quella tipicamente thrash. "Dies Irae" è un must. Canzone tra le più belle e violenti mai progettate dai Bathory, indicata da Fenriz come una delle canzoni più influenti per la scena black metal scandinava, riprende il trucchetto di "The Golden…"; dunque prendete la prima lettera di ogni verso, mettetele assieme e otterrete la frase CHRIST THE BASTARD SON OF HEAVEN. E quella voce, quel latrato terribile, quello non ve lo scorderete mai più. E infine arriva lei, la title-track. "Blood Fire Death", un viaggio all'inferno, la traccia più bella e più "viking" del disco. Il thrash qui è maciullato e ricomposto, dando vita a un genere musicale completamente nuovo. Quorthon canta senza mai fare una stecca, quando urla "Blood, Fire, Death", è come sentire il suo diaframma che viene sputato. La batteria è cadenzata, i cori fanno da sfondo alla canzone, la chitarra è sempre schizoide, ma ragionata, melodica, meno impulsiva. Una degna canzone per concludere questo disco.
Obbligatorio averlo originale. "Bathory" fu l’inizio. Già si intravedevano le potenzialità. "The Return…" fu la consacrazione di una delle band più violente e innovative del panorama metal degli anni '80, l'alternativa perfetta, assieme ai Venom e agli Slayer, ai lustrini effeminati o sdolcinati dei gruppi glam che intasavano la scena mondiale. "Under The Sign Of The Black Mark" fu l'album che dette le basi del black metal vero e proprio, anche grazie a quello strano modo di martoriare la propria ugola, e che più avanti verrà chiamato "screaming". Poi qualcosa cambia. Le copertine recano i dipinti di Peter Nicolai Arbo, sono raffigurati gli abitanti di Asgard, le montagne, i vikinghi. Album come "Hammerheart" e "Blood On Ice" superano per diversi aspetti "Blood Fire Death", sono più orecchiabili, più maturi, ma rimangono comunque una spanna sotto per quanto riguarda la novità, la potenza, la bellezza. Nulla, da fare, "Blood Fire Death" è un must assoluto, l'album più importante dei Bathory.
Quorthon: vocals, guitars
Vvornth: drums
Kothaar: bass
Track List:
01.Odens Ride over Nordland (Intro)
02.A Fine Day to Die
03.The Golden Walls of Heaven
04.Pace 'till Death
05.Holocaust
06.For All Those Who Died
07.Dies Irae
08.Blood Fire Death
09.(outro)
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